Carlo Fusaro

carlo.fusaro@unifi.it

Io la penso così

Pluralismo è laicità. Lo Stato non può ridurre la fede a cultura, né costruire sul fatto religioso identità partigiane

 

1. Un’ambiguita storica e irrisolta. – 2. Il lento cadere delle foglie morte fino alla revisione. Ma solo grazie alla giurisprudenza costituzionale si afferma la laicità come principio supremo. – 3. Alcune ragioni a favore della tesi dell’inammissibilità. – 4. Da simbolo religioso a presunto simbolo culturale a simbolo identitario: perché e perché è un serio errore. – 5. Pluralismo, laicità e riscoperta del separatismo.

 

1. Il tema dell’esposizione del crocifisso nelle scuole, va inquadrato in una tradizione giuridico-costituzionale che è stata storicamente di oggettiva ambiguità, sia per ciò che riguarda l’epoca statutaria sia per ciò che attiene all’epoca repubblicana. Nel primo caso è appena necessario ricordare l’art. 1 dello Statuto che rispecchiava l’art. 1 del codice civile del 1837, e d’altra parte, la legislazione sarda e unitaria che si uniformò almeno in parte al principio cavourriano “libera Chiesa in libero Stato”. In epoca repubblicana, invece, tutti ricordano le vicende dell’approvazione dell’art. 7 della Costituzione; non fu certo un caso che, pur tanta ispirazione traendo dal costituzionalismo d’Oltralpe, il principio di laicità non trovò espressa formulazione in Costituzione (laddove l’art. 2 della Cost. Francia 1958 recita «La France est une République indivisible, laїque, démocratique et sociale…», esattamente corrispondente, del resto, all’art. 1 della Costituzione del 27 ottobre 1946); Ceccanti nella sua relazione opportunamente cita l’intervista di Giuseppe Dossetti ad Elia e Scoppola, pubblicata postuma, nella quale emerge piena la consapevolezza del fatto che tutta una serie di previsioni del Concordato erano in patente contrasto con principi fondamentali della carta che si andava approvando. A conferma di questa originaria ambiguità si possono leggere le parole che costituenti come lo stesso Dossetti o anche Aldo Moro pronunciarono in quella sede. Il laicismo, per esempio, ebbe a dire Moro, «per forza di cose non può restare una formula di neutralità giuridica in omaggio alla libertà di coscienza e prima o poi diventa una posizione attiva, per distruggere con l’aiuto dell’indifferentismo religioso il patrimonio di religiosità del popolo italiano La formula dello stato laico e della scuola laica è nella migliore delle ipotesiuna astrazione giuridica che contrasta con la realtà dei fatti…» (corsivi miei). Che differenza con Giovanni Gentile, il quale in Genesi e struttura della società scriveva «Lo spirito laico o Stato laico è una favola…»?

Ancor oggi, quando pure l’Accordo del 1984 ha superato formalmente il confessionalismo (avendo fatto venir meno l’art. 1 del Trattato laternanense), resta nel nostro ordinamento un trattamento che proprio a livello costituzionale è in qualche misura differenziato: basti mettere a raffronto quanto si prevede in relazione alla Chiesa cattolica (all’art. 7) e quanto si prevede per le confessioni «diverse dalla cattolica» (all’art. 8.2 Cost.).

 

2. Per quanto riguarda la prassi, poi, il principio della laicità si è affermato nel nostro ordinamento con fatica e lentamente: non è proprio possibile dimenticare che ancora negli anni  Cinquanta i Testimoni di Geova erano letteralmente perseguitati nel Sud Italia dove il loro apostolato era sostanzialmente ostacolato dalle autorità di pubblica sicurezza; ancora alla fine di quel decennio fece epoca la sentenza con la quale il Tribunale di Firenze, dové condannare l’allora arcivescovo di Prato, Mons. Fiordelli, il quale si era permesso di definire «pubblici concubini» due cittadini che si erano sposati con il solo rito civile. I meno giovani ricorderanno anche la vicenda della ostacolata rappresentazione nella città di Roma di un discusso dramma teatrale, Il Vicario di Hochshut: altro episodio che scatenò polemiche vivacissime. Altri episodi hanno segnato la vita della Repubblica e nessuno può dimenticare lo stupore generale quando il referendum del 1974 sulla legge Fortuna-Baslini in materia di scioglimento del matrimonio (che incideva ovviamente solo sugli effetti civili di esso) svelò un paese – sotto questo aspetto – laico a grande maggioranza (diversamente da quanto immaginato dai più, inclusa parte rilevante della sinistra politica).

E’ d’altra parte anche vero che, in realtà, la Costituzione italiana conteneva, in nuce, le basi perché – mutata la società – si potesse procedere per via giudiziaria al riconoscimento di quei principi e di quei valori che, gradualmente, hanno permesso alla giurisprudenza anche costituzionale di conoscere un’importante evoluzione culminata, a me pare, in decisioni quali la sent. 508/2000. Se è vero, infatti, che, fino agli anni Ottanta, quella giurisprudenza costituzionale aveva lasciato a desiderare (con alcune gravi concessioni alla dimensione quantitativa del fatto religioso, quasi fosse materia riguardo alla quale l’essere in pochi o in molti potesse davvero avere rilevanza costituzionale oltre che sociologica), a partire dagli ultimi anni questa è invece divenuta chiara e rigorosa nell’affermare la valenza del principio di laicità qualificato anzi come principio costituzionale supremo: appunto in quella sent. n. 508/2000 (relatore Zagrebelsky), esso viene elevato a garanzia della «pari protezione della coscienza di ciascuna persona»tale che la legge non può essere «non equidistante e non imparziale nei confronti di tutte le confessioni religiose…» .

 

3. Questo è dunque il contesto di riferimento. E questa è ormai la consolidata giurisprudenza della Corte. Allora, io mi chiedo non quale sia il fondamento giuridico della pretesa, da parte di chicchessia, alla rimozione del crocifisso dalle scuole pubbliche o da qualsiasi altro locale che abbia natura appunto pubblica, bensì, quale fondamento giuridico possa avere la opposta pretesa di continuare ad affiggere quel pur rispettabilissimo simbolo della religione cristiana di confessione cattolica (infatti, non casualmente di crocifisso si tratta e non di croce tout court). In effetti, come si rileva anche nel punto 3.4.della traccia di discussione, che ci è stata fornita, è qui in gioco prima di tutto il principio di legalità: la tematica coinvolta, infatti, tocca nel vivo la sensibilità e la pari libertà di coscienza delle persone, il che a mio avviso rende comunque illegittima – di per sé –  qualsiasi disciplina che abbia la pretesa di fondarsi su fonti secondarie. Ciò anche perché a me non sembra che il crocifisso possa assimilarsi a un qualsiasi “arredo” quasi si trattasse di un tipo di lavagna o di altro attrezzo oppure uno di quei famosi orologi con lancette finte di cui parlano alcuni dei testi richiamati (come ricordava tempo fa Rosanna Tosi).

Se si riconosce (e come si potrebbe altrimenti, ma su questo tornerò), il significato di simbolo religioso del crocifisso, ne consegue che è materia necessariamente riservata alla legge, magari anche regionale, ma comunque fonte primaria. Ecco anche perché non mi persuadono per nulla le soluzioni vagamente “bavaresi”, quali quelle per le quali sembra propendere il collega Ceccanti, le quali ipotizzano di affidarsi all’apprezzamento e alle valutazioni, eventualmente qualcuno dice alle discussioni nel quadro dell’autonomia dei singoli istituti scolatici. Il singolo in casi come questi non deve essere messo nella condizione di doversi fare parte diligente per tutelare una propria situazione giuridica soggettiva perfetta: questa, nell’ordinamento prima e nella prassi applicativa poi da parte delle pubbliche autorità, deve trovare tutela automatica, per essere eventualmente invocata solo in casi eccezionali. Non si può, per cosiddire, «invertire l’onere della prova» per cui la norma è l’esposizione del simbolo religioso nemine contradicente, mentre l’eccezione è la sua rimozione on demand. E ciò né più né meno per la medesima ragione per la quale, non a caso, dalla revisione del Concordato e dalle sue norme di attuazione in poi, famiglie e giovani – nelle scuole – vengono chiamati tutti quanti liberamente ad optare per l’insegnamento della religione cattolica oppure per programmi sostitutivi oppure – se logisticamente possibile – per altre soluzioni ancora, inclusa l’entrata posticipata o l’uscita anticipata dal plesso scolastico.  

Queste considerazioni di fondo travolgono, a mio avviso, le disquisizioni sul carattere univoco o non univoco del significato del crocifisso, su cui voglio comunque soffermarmi un attimo per affermare che, si badi bene, non si tratta di valutare il carattere totalmente, prevalentemente o parzialmente confessionale del simbolo, bensì si tratterebbe eventualmente di poter dimostrare che il simbolo ha un significato dalla natura esclusivamente culturale, senza della quale dimostrazione ogni altra argomentazione cade. Ciò peraltro solo in astratto, perché a mio avviso, ove anche  venisse dimostrato il carattereesclusivamente ed univocamente culturale del simbolo – cosa che mi sembra del tutto irragionevole – nondimeno tale simbolo, a mio modo di vedere, non potrebbe e non dovrebbe trovare collocazione negli spazi pubblici in quanto avente natura in quel caso non più religiosa, e appunto culturale, ma non per questo meno parziale: mentre stiamo per definizione parlando di quel genere di spazi pubblici che non si vuole caratterizzati in modo partigiano da vessili, insegni, simboli e quant’altro che possano risultare non condivisibili da parte di anche un solo cittadino. Il discorso, non a caso, dovrebbe valere, per esempio, per bandiere di partito o di altri stati o di movimenti di opinione di qualsiasi natura (incluse le c.d. bandiere della pace) e così via: per qualunque segnale, insomma, volto a connotare un’occupazione simbolica partigiana.

Ma la pretesa di contrabbandare il crocifisso per un simbolo di carattere non religioso ma culturale (come se ciò cambiasse molto), ahimé seguita di recente anche da autorevoli figure istituzionali, è stata appunto la strada già tentata da un famigerato parere del Consiglio di Stato di alcuni anni fa, il quale, con argomentazione capziosa, avendo dovuto prendere atto del fatto che non si poteva più – dopo il nuovo concordato e l’uscita definitiva dal confessionalismo di stato – imporre l’affissione del crocifisso come simbolo di una religione che lo Stato non può avere, avvallò il tentativo di chi pensava di ottenere il medesimo esito, imponendo il crocifisso quale simbolo culturale di valenza universale. Pretesa ardita e profondamente intollerante perché arriva al punto di fare un ragionamento di questo tipo: le insegne di una specifica religione non possono trovare il posto d’onore in spazi pubblici; quindi neanche le insegne della religione cattolica; tuttavia le insegne della religione cattolica esprimono valori tanto universali che debbono essere considerati comuni a tutta l’umanità (esse sole, chissà perché, assumerebbero un «valore universale indipendente da specifica confessione religiosa»!); in quanto tali, hanno diritto di mantenere il posto d’onore in spazi pubblici che avevano quando ancora a nessuno era venuto in mente che di altro si trattasse che del simbolo, legittimamente venerato, di una confessione religiosa piuttosto che di un’altra. In altre parole per conseguire il risultato voluto si fa del vero e proprio imperialismo culturale.

Per tutte queste ragioni, io sarei favorevole alla tesi dell’inammissibilità della questione sollevata dall’ordinanza del T.A.R. di Venezia davanti alla Corte, per difetto di competenza a mente dell’art. 134 Cost. e della legislazione costituzionale successiva. Si tratta infatti di disposizioni regolamentari: e, nel caso di specie, a mio avviso di disposizioni regolamentari patentemente illegittime, da annullare nel caso vengano considerate tuttora vigenti, da parte del giudice amministrativo; ed eventualmente da disapplicare, da parte del giudice ordinario.

 

4. In ultimo, ed è la cosa forse più grave e delicata, è bene però riflettere sul motivo per cui la questione sia emersa negli ultimi tempi. Perché si assiste oggi al tentativo, ulteriore, di trasfigurare unsimbolo culturale o – come a me pare – religioso, addirittura in un simbolo di identità nazionale?  Certo: se ne parla oggi perché solo di recente giungono nei nostri spazi pubblici i cittadini di altre confessioni religiose i quali per una ragione o per l’altra (ma è un loro diritto) si mostrano suscettibili di fronte al tentativo di imporre loro quelli che avvertono come i simboli di una specifica religione, diversa dalla loro. Ma non ci si può nascondere che se ne parla, anche, in un contesto nel quale le vicende degli ultimi dieci-quindici anni, fino a quelle della più stretta e drammatica attualità, segnalano una fatica e una difficoltà notevole nel dialogo fra culture e nel dialogo fra persone di diversa confessione religiosa. Ora, mentre molto si parla di multiculturalismo e di dialogo interculturale, ove fosse seriamente perseguita, la strategia di fare del simbolo principlae di una specifica confessione religiosa, quella seguita dalla maggiore fetta di cittadini, rappresenta un’indubbia anche se implicita sfida verso l’altro la quale non promette nulla di buono a fronte del futuro che abbiamo davanti: né in ambito europeo (se si pensa alla possibile adesione di un grande paese laico e musulmano come la Turchia) né in ambito nazionale (se si pensa alla correnti di immigrazione da paesi di religione musulmana delle quali, peraltro, non siamo e non saremo assolutamente in grado di fare a meno per chissà quanti decenni). Sicché mi riesce difficile capire la lungimiranza di un’accoglienza che si fondi sulla scelta prioritaria e direi pregiudizale di «issare le insegne cristiano-cattoliche». Tanto più che per molti di noi, io penso, altri sono i valori, anche identitari, se si vuole (ma a me la parola identità a dire il vero suscita un’innata ritrosia), che fondano la salute e lo stare insieme della Repubblica e dell’Unione europea (sono quelli appunto che leggiamo nei primi dodici articoli della Costituzione italiana e che domani leggeremo, se va tutto bene, nel preambolo e nei primi due titoli della nuova Costituzione europea).

Non basta: sarà pur consentito ricordare che vi sono anche italiani per i quali sarebbe davvero difficile considerare come simbolo della nazione il crocifisso, se appena appena si torna alla storia di un paese che ha completato la prima fase della propria unificazione nazionale il 20 settembre 1870 entrando con i bersaglieri attraverso la breccia di Porta Pia e ponendo fine al potere temporale ultrasecolare della Chiesa cattolica con tutto ciò che ne seguì. Senza nulla dire di quella tradizione culturale che partendo da Dante e passando per Marsilio da Padova, Petrarca, Boccaccio, Savonarola, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Bruno, Giannone, Alfieri, Leopardi, Cattaneo, Settembrini, Antonio Labriola, Salvemini e Gramsci (senza evocare i recentissimi Calamandrei, Capitini, Pasolini, Fo) culmina nel Benedetto Croce della Storia d’Europa nel secolo decimono dove colui che pur aveva pronunciato il celeberrimo «non possiamo non dirci cristiani», definiva «il cattolicesimo della Chiesa di Roma la più diretta e logica negazione dell’idea liberale», aggiungendo: «tale si sentì e si conobbe e volle recisamente porsi fin dal primo delinearsi di quell’ideale, tale si fece e si fa udire con altre strida nei sillabi, nelle enciliche, nelle rpediche, nelle istruzioni dei suoi pontefici e degli altri suoi preti, e tale… operò sempre nella vita pratica…». Che per l’Italia come per l’Europa la cristianità costituisca un elemento storico fondante nessuno potrebbe mettere in dubbio; che nel modo come la cristianità e prima fra tutte la Chies cattolica (ma non solo essa) si sono poste in Europa fino a tempi relativamente recenti si rintracci la costante esaltazione di quelli che oggi chiamiamo diritti fondamentali dell’uomo, sia consentito rispettosamente di contestarlo.

 

5. Per concludere, nego che il crocifisso sia simbolo dell’identità nazionale italiana (certo io non lo sento come tale ed anzi fui educato piuttosto a sentire il motto cavourriano prima richiamato come uno dei fondamenti della unità della nazione); nego comunque che si debba andare ad ogni costo alla ricerca di identità da sbandierare e meno che mai di identità legate a questo o quel credo religioso, cosa pericolosissima, che rischierebbe, oltretutto, di farci cadere prigionieri di quei vincoli comunitaristici da cui dobbiamo il più possibile preservarci. (Non insegna nulla il fatto che alcune organizzazioni islamiche abbiamo criticato le iniziative contro il crocifisso proprio nel nome del diritto di rivendicare l’esposizione dei propri simboli negli spazi anche pubblici dove esse un giorno possano trovarsi in maggioranza?) Certo non è più tempo di vere o presunte “separazioni ostili” fra Stato e Chiese: ma chiedo se non sia giunto il momento di rivalutare le soluzioni separatiste, quali le uniche concretamente conciliabili con una società sempre più pluralista che voglia sottrarsi a ogni scontro fra fondamentalismi. Credo che a ben vedere l’alternativa è questa: contrapporre ai fondamentalismi altrui quelli nostrani (alla Baget Bozzo per intenderci) oppure difendere con rigore (senza scadere nella violazione dei diritti individuali) spazi pubblici in cui tutti possano trovarsi su un paio di vera parità dunque contrapponendo la laicità a tutti i fondamentalismi, perché come scrisse John Locke «ogni chiesa è ortodossa per sé stessa ed erronea ed eretica per gli altri». Nella Costituzione per fortuna ci sono – io credo –  le solide basi per seguire questa seconda strada.