Carlo Fusaro

carlo.fusaro@unifi.it

Io la penso così

Può un Comune oltre i 300.000 abitanti (Firenze, per esempio) prevedere in Statuto e poi disciplinare per regolamento la partecipazione dei residenti non cittadini italiani al voto per i consigli di quartiere?

 

La circolare del ministero degli interni contro l’ipotesi che i comuni allarghino - ai fini della formazione dei consigli di quartiere - l’elettorato a tutti gli stranieri residenti non stupisce, ma non convince.

Non stupisce perché  figuriamoci se questo Governo perdeva l’occasione di esibire la schizofrenia che lo dilania fra tendenze federaliste (proclamate) e rigurgiti centralistici (praticati). Ora, se per onestà intellettuale si deve riconoscere che la questione di cui si discute è di quelle controvertibili, il problema è se fra due interpretazioni legittime si vuol scegliere quella che guarda avanti, ed è più rispettosa dell’autonomia locale oppure quella rivolta al passato, meno rispettosa dell’autonomia. Con istinto infallibile il ministero  ha scelto l’opzione conservatrice e restrittiva.

Ma non convince perché la circolare, impeccabile fino al terz’ultimo capoverso, trae poi conclusioni apodittiche e indimostrate: e sembra non prendere neppure in considerazione la differenza – fondamentale – introdotta dal comma 5 dell’art. 17 del testo unico 267/2000 per i comuni, come Firenze, sopra i 300.000: essi, ed essi soli, attraverso lo statuto possono oltre che «prevedere particolari e più accentuate forme e di decentrameno», «determinare, altresì, … gli organi di tali forme di decentramento, lo status dei componenti e le relative modalità di elezione, nomina o designaione…». E’ questa, insieme al precedente comma 4, la norma sulla quale poggia la scelta fiorentina di prevedere in Statuto (e poi nel regolamento) l’elettorato per gli stranieri residenti. Ma su ciò la circolare tace e cerca di cavarsela senza argomentare, né consierare che secondo lo stesso art. 17 comma 4, gli organi dei quatieri «rappresentano le esigenze della popolazione» (non dei soli cittadini dunque).

Il punto chiave è questo: non stiamo parlando dell’elezione dei consigli comunali per i quali è pacifica la competenza statale (ma attenzione: non c’è bisogno di revisione costituzionale come la maggioranza dice, basta la legge), ma dell’elezione dei consigli circoscrizionali. Io ritengo che – leggendo insieme l’art. 17 del testo unico sugli enti locali e l’art. 117 comma 6 della Costituzione (che rafforza l’autonomia locale laddove afferma che è dei comuni la «potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite») – la posizione della maggioranza del Consiglio comunale di Firenze e in particolare del Gruppo Ds promotore di questa significativa innovazione sia giuridicamente ben difendibile. Tanto più se si rilegge una disposizione che tutti sembrano ignorare: il comma 4 dell’art. 9 del D. Lgs 286/1998 (non modificato dalla c.d. Fini-Bossi), in base al quale lo straniero titolare di carta di soggiorno, ha il diritto di «partecipare alla vita pubblica locale,esercitando anche l'elettorato quando previsto dall'ordinamento e in armonia con le previsioni del capitolo C della Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale, fatta a Strasburgo il 5 febbraio 1992». «Quando previsto dall’ordinamento»: nel caso dei quartieri, quando previsto dallo Statuto e dal regolamento comunale, appunto.

Cosa fare, allora? Direi: andare avanti sereni. La riforma costituzionale ha praticamente abolito il controllo di legittimità sugli atti degli enti locali: ricorsi giurisdizionali a parte – altro non resterebbe, al ministero dell’interno, che chiedere al Consiglio dei ministri di procedere alla misura radicale ed estrema dell’annullamento straordinario, previo parere del Consiglio di stato (art. 138 del Tuel). Avremmo anche in tal caso una pronuncia della massima autorità giudiziaria amministrativa.

 

Carlo Fusaro

Febbraio 2004